VASTOGIRARDI
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 CENNI DI STORIA

 

Il nome

Il nome Vastogirardi è il connubio tra il nome Guasto e il medioevale Girardo.
Guasto è il nome che venne dato al luogo dopo le guerre gotiche, alla caduta dell’Impero Romano, ed è il nome con il quale, in dialetto, tuttora viene chiamato. Esso proviene dall’alto germanico ‘woshti’ ovvero ‘radura spopolata circondata da boschi’. Nel medioevo venne aggiunto il genitivo Girardi per indicarne la proprietà distinguendolo così da tanti altri luoghi chiamati allo stesso modo. Girardo, nome di origine franca, secondo la tradizione avrebbe partecipato alle crociate. E’ senz’altro possibile che Girardo, nome diffuso in epoca normanna e angioina, abbia partecipato alla V crociata, svoltasi alla metà del XIII° secolo. Infatti soltanto dopo tale data il nome di Girardo compare accanto a quello di Guasto.

Il villaggio

Panorama di Vastogirardi

Secondo la tradizione orale, la Terra Vecchia, ossia il paese antico, sarebbe situato a ridosso del Monte Capraro, dove ancora oggi si possono constatare ruderi di casette in pietra a secco, coperte probabilmente da rami di arbusto per poter durare il tempo di una stagione, quella estiva, che corrispondeva al tempo di permanenza delle popolazioni abruzzesi nelle loro montagne, tutti i mesi rimanenti venivano infatti trascorsi nel tavoliere pugliese assieme agli armenti. In realtà la zona è stata abitata da popolazioni seminomadi ben prima della fondazione di Roma, come risulta da diversi ritrovamenti in epoca neolitica (S.Mauro, Staffoli). Già in epoca romana la transumanza delle greggi era praticata grazie ai tratturi (antichi calles) tra i quali il Celano-Foggia seguiva già lo stesso percorso odierno.

Lapide Cerreto

In località S.Felice di Cerreto, una lapide dell’epoca di Augusto è infatti incastonata sulla facciata di una chiesetta proprio sul percorso tratturale. La presenza degli edifici religiosi di S.Angelo del II° secolo a.C., delle necropoli nella stessa zona piuttosto che a Montedimezzo, testimoniano una vitalità della popolazione sannitica anche dopo la sottomissione a Roma. E’ da escludersi però la formazione di villaggi in quell’epoca, proprio per i continui spostamenti delle popolazioni. Le formazioni di gruppi di casette (casalini) dislocate in vari luoghi dell’agro, vennero minacciate nell’intorno della fine del primo millennio a causa delle invasioni saracene, dalle epidemie e, pertanto, anche al Guasto venne consolidato un castello, forse preesistente già dal dominio longobardo per la raccolta delle tasse in natura da parte dei gastaldi, attorno al quale furono edificate case ben più solide dei casalini, per poter ospitare le famiglie e gli anziani mentre i capifamiglia restavano i soli costretti alla transumanza. Nella corte del Castello venne edificata la Chiesa di S.Nicola, da sempre ‘la parrocchiale’, ampliandola grazie all’abbandono di un grande fondaco adibito a granaio. Il paese così si sviluppò nei primi secoli del II° millennio, con la popolazione del castello, metà del quale apparteneva al signore del luogo, e la popolazione di fuori corte che rese altrettanto sicuri i propri caseggiati con la costruzione di torri, mura, archi.

Torre

La torre dell’orologio non è altro che la ricostruzione a base quadrata di una torre a base circolare che per l’appunto costituiva un bastione del ‘borgo fortificato’ che si contrapponeva al ‘castello’. Questa torre poi fu adattata a campanile della chiesa di S.Antonio di Padova che aveva la sua facciata prospiciente la piazza, chiesa abbattuta nel ‘700. La chiesa della ‘Nunziata’ poi divenuta sul finire del ‘600 chiesa della Congregazione del Suffragio sorgeva in località detta ‘verso la porta di Agnone’ e la chiesetta della Madonna delle Grazie, al limite dell’abitato, dove si proveniva da Castel di Sangro. Queste tre chiese quindi erano sulla strada che costituiva l’asse del piccolo villaggio, mentre la chiesa di S.Rocco era sulla via che univa il borgo antico alla ‘Valle Antonina’ dove erano posizionate le stalle e gli orti dei vastesi prima che l’avanzata del paese unisse nel seicento le due aree edificate. La tipologia della casa era costituita da uno o due vani ‘sottani’ dove si svolgeva la vita quotidiana, pavimentati a lastre di pietra d’Agnone, sotto i quali poteva esserci un fondaco per gli animali leggeri come le galline e la capra. Una scala alla monacina portava alle camere pavimentate a tavole di legno che raccoglievano un po’ di calore dai locali sottostanti. Le coperture erano in travi e scandole di cerro sulle quali, ogni anno, veniva versata grande quantità di cera per far scivolare l’acqua e la neve delle lunghe invernate.

La Gente

E’ molto difficile stabilire una continuità tra le popolazioni sannite e la popolazione attuale. Troppe carestie, epidemie e guerre non hanno consentito il fatto che i sanniti fossero i progenitori della attuale cittadinanza, se non in modo sporadico e marginale. Al contrario questo è successo dopo la fusione dei longobardi con gli sparuti gruppi di abitanti dei casali, dalla creazione del castello e del borgo, dove la gente di allora, in qualche modo ha nei vastesi di oggi i suoi discendenti. Cognomi oggi non più locali come Di Bartolomeo, D’Angelo, D’Amico hanno incrociato famiglie tuttora presenti come Marracino, Amicone (già citati in una pergamena del 1040) Di Benedetto (in un censimento della zona nel 1281). I superstiti di un incendio nel 1345 a Montedimezzo non si fecero convincere a rimanere nel luogo dalla Regina Giovanna che pure gli annullava le tasse per 10 anni, ma decisero di aggregarsi nel Guasto per via di parenti già presenti nel borgo. Tra questi è certa la presenza della famiglia Scocchera , che probabilmente aveva già altri parenti Scocchera presenti al Guasto. A fine ‘500 infatti metà della popolazione aveva questo cognome. Assieme a nuovi capifamiglia giunti da fuori a rafforzare le fila dei pastori, le famiglie già citate costituiscono la società dei progenitori assieme ai Bisciotti, Lucarino, Inforzato, Della Croce, De Dominicis, Marchione, Leone e pochi altri.
La peste del 1656 ridusse gli abitanti di due terzi rispetto a quelli dell’anno precedente. Dopo aver raggiunto il massimo del ripopolamento e sconfitto gran parte delle malattie infantili che decimavano i neonati, nella seconda metà dell’800 quindi, l’esodo verso le Americhe fu inevitabile vista la scarsità dei raccolti di una terra da sempre poco generosa, e soprattutto dopo la caduta del modello economico basato sulla transumanza, a causa dell’abolizione dei pascoli del Tavoliere.
Prima a Buffalo (NY) poi nell’Ohio (New Philadelphia, Canton, Steubenville), quindi a Pittsburgh (PA) e infine a Torrington (CT) gli emigranti del Guasto gettarono le basi per nuovi esodi in altre città del New England o verso la California. Molti di essi non hanno dimenticato le radici, attraverso i racconti degli anziani e le nuove generazioni di oggi, attraverso la rete, riscoprono contatti verso il paese d’origine.

di Claudio Iannone

Freccia Sutorna su


Chiesa di San Nicola:  NOTIZIE STORICO-ARTISTICHE

L'attuale centro abitato di Vastogiradi si sviluppa a semicerchio intorno al cosiddetto "castello", che in realtà è un borgo fortificato, al quale si accede, attraverso due porte urbiche e che oltre ad un nucleo abitativo tuttora adibito a tale uso, racchiude una piazza centrale ed un presidio religioso che funge tutt'oggi da chiesa parrocchiale.

Detto complesso, per le sue caratteristiche architettoniche e per la peculiare struttura sopra descritta, è stato dichiarato "immobile di interesse particolarmente importante" dal Ministero dei Beni Culturali, con Decreto del 9 agosto 1989.
Il "Castello" di Vastogirardi, con il passaggio sotto le varie signorie che si sono avvicendate attraverso i secoli, ha subito numerose trasformazioni nella forma architettonica e nelle sue funzioni. Nato infatti in epoca tardo-Iongobarda nel all'VIII-IX sec. d.C., per scopi di presidio e difensivi dalle incursioni saracene, divenne, nel periodo della decadenza medievale, luogo di ricovero per gli animali e per le persone adibite alla loro cura e, successivamente, attraverso l'utilizzo dell'area centrale racchiusa nelle mura, la sede di attività e lavori tipici della comunità agricola. In ogni caso l'utilizzo comunitario attraverso i secoli della piazza del borgo fortificato quale punto di sicuro riferimento e di aggregazione per la vita sociale, economica e religiosa è stata una costante per le genti del luogo, anche per la presenza, al suo interno della chiesa intitolata al patrono del paese S. Nicola, che ha subito notevoli trasformazioni e rimaneggiamenti nel corso dei secoli fino a raggiungere la fisionomia attuale.

Le origini di questo edificio come luogo di culto possono essere fatte risalire con alta probabilità al X-XI secolo d.C. quando si diffuse, con la traslazione delle reliquie a Bari, il culto di S. Nicola al quale è dedicata. Ad una prima analisi della chiesa, ci si imbatte nella sua irregolarità planimetrica che testimonia la sua graduale stratificazione costruttiva. Infatti la parete esterna destra della chiesa è inglobata nella cinta fortificata del castello, mentre l'interno è costituito da una navata centrale sulla quale si affacciano, dal lato sinistro tre ambienti irregolari e sul destro una serie di cappelle delimitate da archi a botte di origine preromanica, come quello che immette sull'altare centrale. Rimandano all' età rinascimentale le volte lunettate della navata centrale.
Ulteriori trasformazioni avvengono in epoca barocca, in cui la chiesa si arricchisce di altari e, nella facciata, dei due portali e a cavallo dei secoli XVII¬XVIII, sotto la dominazione della famiglia dei Petra, che utilizzò il tempio come luogo di sepoltura e lo trasformò in vera e propria chiesa di corte, come dimostrano numerose pietre tombali interne e lapidi esterne e la presenza di un quadro, tuttora conservato, del potente Cardinale Vincenzo Petra che, tra le varie cariche, rivestì quella di Prefetto del Sacro Concilio di "Propaganda Fide", dal 1 0/1/1727 e partecipò quale elettore attivo e passivo a due conclavi. Il campanile, inglobato nella fabbrica religiosa, con i due ingressi simmetrici rispetto ad esso, è ad un solo livello, con fascia marcapiano e monofore nella torre campanaria e con tratto terminale a cuspide, tipico dell' epoca romanica nell 'Italia Meridionale.

Lapide tomba Card. Petra

L'abside, rappresenta un altro elemento dell'accrescimento progressivo dell'edificio, perché si presenta come corpo indipendente dal resto della chiesa, a capanna rinascimentale e privo di catino sul lato esterno. La facciata è movimentata da una loggia d'ingresso che la qualifica architettonicamente, arricchita da una bifora con forme stilistiche rinascimentali, a cui si accede da due rampe, orientate verso le due porte urbiche del borgo fortificato, l'una formata da una vera scalinata e l'altra da pochi gradini, che pertanto conferiscono alla struttura un preciso ruolo urbanistico delle logge dei palazzi comunali medievali.

Bassorilievo cappella Petra

All' interno della chiesa tra le decorazioni introdotte dai Petra, spiccano tra le altre un pregevole bassorilievo marmoreo di stile canoviano raffigurante S. Carlo Borromeo nella cappella che ospita la tomba del Barone Prospero Petra, una imponente statua lignea ottocentesca con relativa teca, del patrono S. Nicola, opera di un artista locale, resti di affreschi nello stile della scuola del Gamba sul soffitto e sulle pareti, un notevole altare settecentesco in marmi intarsiati, un dipinto su rame raffigurante la Vergine del Carmelo tra i santi Francesco di Paolo e Caterina d'Alessandria di evidente influenza partenopea, nella sagrestia una pregevole boiserie di legno di noce, nel cui stesso stile era il coro andato disperso, e sul pavimento tracce di preziose maioliche nei colori di Vietri, delle manifatture dei D'Alessandro di Pescolanciano.
Numerosi altri preziosi arredi, manufatti e suppellettili, sono andati distrutti o persi tra i vari restauri subiti nel tempo, a testimonianza che la chiesa si è connotata piu' per essere lo scrigno dei tesori e della pietà comunitaria che per la sua importanza architettonica.

 

di Rita Di Benedetto